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Ora e sempre resistenza

Nel salutare il 25 Aprile, riteniamo opportuno conoscere che cosa il fascismo sia stato, nelle sue manifestazioni violente e vessatorie: squadrismo, politica colonialista e razzista, repressioni interne, uso dei gas durante l’impresa etiopica, intervento militare in Spagna, leggi razziali, alleanza criminale con la Germania nazista. Bisogna avere un quadro d’insieme del processo storico che ha visto nascere, svilupparsi e cadere il fascismo, per capire le ragioni della lotta partigiana e apprezzare le giornate d’Aprile come una vera Liberazione. E per respingere con forza le semplificazioni, così diffuse, secondo cui l’unica colpa del regime sia stata l’entrata in guerra nel ’40, non vogliamo essere pressapochisti né indifferenti, né tanto meno dimenticare e fare il gioco di chi vorrebbe darci solo “panem et circenses”. Per questo, ricordando il 25 Aprile, ci dichiariamo antifascisti, perché siamo felici di prendere ad esempio gli uomini che per diverse ragioni, ideali e pratiche, nel volgere di un ventennio si sono ribellati a quello stato di cose, lo hanno moralmente rifiutato e hanno lottato per abbatterlo.

Proprio per richiamarci ad un esempio a noi caro, vogliamo celebrare il 25 Aprile ricordando uno dei nostri partigiani, Bruno Cazzulo, nato nel 1925 a Capriata e vissuto per lunghi anni ad Arquata. Di padre socialista, e cresciuto sotto il fascismo, ha conosciuto già da ragazzo il sapore della ribellione a quel modello, frutto di un’educazione antifascista che lo porterà a compiere la scelta di entrare nella Resistenza, combattente nella XLIV Brigata “Denegri”, XI Divisione “Patria”. Riportiamo due aneddoti, secondo noi significativi per capire quanto sia stato tormentato il percorso per giungere alla Libertà.

“A guerra già inoltrata, nel periodo dell’invio del Corpo di Spedizione Italiano in Russia, insieme con altri ragazzi di Capriata, anche Bruno viene condotto alla Casa del Fascio, per firmare un documento. A tutti i presenti, ad uno ad uno, viene imposto di firmare un foglio bianco e già trenta ragazzi prima di lui lo hanno fatto, senza domandare alcunché. Istintivamente Bruno lo gira per vedere se da qualche parte ci sia scritto qualcosa: si tratta della domanda di arruolamento nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Erano i giorni in cui il deposito della quinta legione camicie nere “Valle Scrivia” di Tortona e Novi arruolava “volontari” per formare il V battaglione camicie nere d’assalto, da inviare al fronte russo. Bruno capisce subito tutto e,  non volendo andare a  combattere, oppone resistenza al centurione della Milizia che gli urla di non fare domande e di fare quanto gli viene chiesto, mentre con stizza  rompe il pennino della penna, picchiandolo sulla scrivania. Prima di essere rinchiuso in via punitiva per le successive due ore, Bruno urla ai ragazzi che vengono dopo di lui di non firmare, altrimenti sarebbero andati a finire in Russia.  Ricorderà in seguito come i trenta ragazzi convocati prima di lui, furono effettivamente arruolati senza più fare ritorno, mentre gli altri, non avendo firmato, non partirono col “Valle Scrivia”.”

“Reduce dalla Benedicta,  e già datosi alla macchia perché non intendeva arruolarsi nelle forze armate della Repubblica Sociale, Bruno ricorda con particolare emozione la giornata dell’8 settembre 1944. Pur essendo renitente alla leva e già con i partigiani, passa quella notte a casa, senonché alle 4 del mattino viene  svegliato di botto da un rastrellamento tedesco.  Ogni via di fuga è preclusa e quando tenta di uscire per dirigersi verso la stalla con un secchio, gli viene puntata una canna di fucile allo stomaco da un tedesco. Insieme con il padre, lo zio e gli amici che abitano lì vicino, riesce a  salire a calci e spinte su un camion coperto. Tutti i prigionieri vengono portati in una cascina, dove immaginano che presto saranno fucilati sommariamente. Un portaordini tedesco giunto in motocicletta, rompe l’impasse e comunica al comandante di far portare tutti quegli uomini, considerati sospetti di ribellismo, a Gavi. Qui il gruppo viene chiuso in una chiesetta vicino alla piazza del mercato, sulla strada per Voltaggio, in attesa di un interrogatorio. Uno alla volta, ognuno è lentamente condotto nell’ufficio del comandante delle SS, e messo alla prova nello smontaggio e rimontaggio delle armi trovate nelle loro abitazioni: bombe a mano inglesi, un fucile a canne mozze e un fucile risalente alle guerre napoleoniche. Arrivato il turno di Bruno, alla richiesta del comandante di smontare quelle armi, finge di non saperlo fare e mostra i palmi callosi delle sue mani da contadino; il comandante gli crede e Bruno viene rilasciato. Alle otto di sera, insieme con gli altri, torna finalmente a casa, libero. La sorte peggiore è toccata ad un solo ragazzo del gruppo, il suo amico Alfredo, deportato a Mauthausen e mai più tornato.”

Sono due aneddoti, questi, che non pretendono di ricostruire le vicende della giovinezza di Bruno, né della sua storia partigiana, ma vogliono essere un esempio di quanto sia stato ingannevole il fascismo nei confronti del suo stesso popolo, e di quale tragedia, quella della guerra in casa, sia stato responsabile. Riteniamo quindi che il 25 Aprile sia un punto di arrivo nel cammino di Liberazione da una dittatura anti popolare, qual è stato.

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